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Lo strumento era prezioso, carico e definito; ha portato alla scoperta della situazione.

 Testimonia di colori sbiaditi, soffusi ma troppo infantili, paurosi e timidi come se la pressione esercitata dal timore della fluorescenza incutesse paure.

 Ma il travaso limpido nella scrittura emergeva prorompente, chiama e sussurra che con spirito di apertura era possibile rinascere. Troppo statico, irretito, maldestro quel disegno e totale simbolo della paralisi espressiva; niente linee arruffate, niente slancio. Come un compitino da eseguire a casa, in preda alla paura del giudizio. Liberare la parola, la tanto agognata espressione verbale che parte dall'anima, passa nella mente, usa le mani e finisce sul foglio. O nel computer. Ero sicuro che da lì si potesse partire e non finire. Partire per spaziare e ampliare il sentimento e l'introspezione. Sprofondare come in un granaio, in mezzo ai chicchi delle mie idee e nuotarci dentro, sempre più. Dalla stasi all'emozione, dall'indecifrato al parlato che già per questo significa risalire la china...

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